Reportage dall’aria. Il Raduno delle mongolfiere di Mondovì

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Direttamente dalla cesta di un pallone aerostatico, Reportage dal Raduno delle mongolfiere Mondovì. Epifania 2014

Era da un pezzo che speravo di scroccare un volo in mongolfiera con la scusa del giornale. Finalmente, eccomi: al briefing mi hanno affibbiato a un simpatico team di svizzeri, ed ora sono qui a Parco Europa, che li aiuto a gonfiare il pallone. Avevo già volato anni fa, ma ero poco più che un ragazzo, e, si sa, da giovani si è incoscienti. Ora i miei occhi quarantacinquenni sono puntati sulla cesta stesa nell’erba fradicia: è una leggera struttura in metallo rivestita di tela, con fondo di legno sottile e i parapetti piuttosto bassi. Le bombole sono fissate all’esterno con cinghie e moschettoni. Forse avrei preferito una di quelle in vimini: mi sembrano più solide. David Hochreutener, il pilota, coglie la mia inquietudine e mi tranquillizza, spiegandomi che la cesta è sicura, e che la loro mongolfiera è particolarmente piccola e leggera: questo la rende più competitiva… bene, mi fingo sollevato ed anche contento di tutte queste insperate chances di vittoria. David è il vincitore dei due anni precedenti e mi confessa, scherzando, di sentire “un po’ di pressione” a dover replicare ancora il successo.

Ora, mentre aiuto l’equipaggio a tenere sollevato il bordo dell’involucro giallo, i ventilatori soffiano dentro aria, e poi David sputa lingue di fuoco col bruciatore, per scaldarla. Il pallone si drizza in pochi istanti: non c’è più scampo, bisogna proprio saltar dentro. Non mi sono accorto del momento esatto in cui ci siamo staccati, eppure stiamo già galleggiando a mezzo metro da terra. Ora saliamo, uh come saliamo! Il parco è tutto sotto di noi, con mongolfiere ai vari stadi del gonfiaggio e tanta gente intorno che guarda su. Perché stiamo passando così vicini alla gru del cantiere dei nuovi palazzi di via Piemonte? Dev’essere una cosa normale: i piloti sembrano del tutto loro agio. Va bene, calma. Devo guardarmi intorno e godermi lo spettacolo. Sorvoliamo l’Altipiano sfiorando i tetti delle case. Il sole basso dietro parco Europa abbaglia e spinge a guardare dell’altra parte, nella direzione in cui stiamo avanzando. Sfioriamo l’antennona della Telecom e il campanile del Sacro Cuore, ed eccoci sopra piazza Monteregale, dove scendiamo a pochi metri da terra. Le persone che ci guardano passare col naso all’insù sono così vicine che ci si saluta con un “ciao” senza nemmeno dover alzare troppo la voce. Si crea con ciascuno di loro un istante di strana intimità, come tra abitanti di universi paralleli e lontanissimi a cui è stato dato d’incontrarsi per qualche istante, chissà perché.

Ora stiamo facendo la barba alle punte degli abeti del Park Hotel: i borghi vecchi si aprono alla nostra destra, solcati dagli altri palloni. Io ammiro scorci inediti della mia amata città, mentre i due piloti sono tutti presi dalla gara. I palloni volano quasi tutti bassi. Mi spiegano che solo rasoterra il vento porta più o meno nella direzione giusta per lanciare il nostro marker sul bersaglio, nel piazzale dell’Aeroclub, in zona industriale. Più in alto l’aria tira verso Carassone. David e Anina sono fratelli, e il loro babbo ha un’altra mongolfiera. Un hobby di famiglia che non è da tutti! Parlano in tedesco tra loro, alla radio con Lisi che ci segue col furgone, ed anche con gli altri equipaggi. Tutto questo discorrere teutonico intervallato dai ronzii della radio mi evoca vecchi film di guerra, ma queste valchirie che cavalcano nei nostri cieli non hanno ali maligne. Anzi sono tonde e colorate e ispirano pace e allegria. La fantasia mi sta prendendo la mano, devo mantenere il controllo, come fanno i piloti, in questa microscopica cesta appesa nel vuoto. Dai loro sguardi calmi si percepisce la tensione della gara e la voglia di fare le mosse giuste al momento giusto: un colpetto di bruciatore, una tiratina alla corda… Sfioriamo la zona industriale, ma siamo troppo verso via Langhe rispetto all’obiettivo. Intanto i palloni che sono saliti troppo sono finiti in Garzegna. Noi, che siamo i più tosti, insieme a pochi altri equipaggi che seguono la stessa tattica, vediamo la crocetta rossa dell’obiettivo, ma è ancora troppo lontana. Ce ne stiamo qui, bassi sui campi di stoppie semiallagati, dietro la zona industriale, ad annusare il vento, sperando che cambi. I piloti si scambiano informazioni con quelli dell’altro pallone senza usare la radio, alzando appena un po’ la voce. C’è così tanto silenzio. Improvvisamente danno gas: stiamo andando su velocissimi. Cerchiamo di intercettare una corrente d’aria in quota, che ci porti un po’ più in là. Perché, prima che eravamo rasoterra speravo di salire un po’, ma ora che siamo qui a cinquecento metri dal suolo ho le gambe molli? Sarà meglio non pensarci e fare qualche foto, senza sporgersi troppo.

Adesso la città è laggiù, piccola piccola. La collina di Piazza non sembra molto alta vista da qui, e si staglia scura sullo sfondo bianco delle montagne, che si vedono tutte, fino al Monviso e oltre. Dall’altra parte, davanti alle Langhe, il grumo dei capannoni di Mondovicino circonda la distesa del parcheggio, con i vetri delle auto che sfavillano al sole.
Torniamo giù quasi subito, ma è andata storta: siamo finiti a due passi dal Christ. E ora? Ora puntiamo sul parcheggio della discoteca per non infangarci troppo dopo l’atterraggio. Sentiamo sotto i piedi i rami della punta di un albero che grattano sinistri contro la cesta ed eccoci dopo un attimo già per terra a sgonfiare il pallone dopo averlo trascinato
per qualche metro fuori dal fango. Per quel che mi riguarda è andata bene: mi sono divertito un mondo e… sono vivo. Per i piloti solo mezza soddisfazione: volevano centrare il bersaglio, ma… vinceranno domani.

di CLAUDIO BOASSO – L’UNIONE MONREGALESE


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